Con Starlink internet per tutti ma a che prezzo?

Giovedì 23 maggio 2019 SpaceX ha immesso in orbita i primi 60 satelliti di Starlink, una piccola parte dei 12mila programmati per la copertura internet a banda larga su scala planetaria, prevista per il 2027.

Starlink è infatti una rete satellitare di prossima generazione in grado di connettere il mondo, in particolare le zone che non sono ancora connesse, con servizi Internet a banda larga affidabili e convenienti.

Già per l’inizio del 2020 dovrebbero essere numerose le aree del pianeta servite da Starlink, mentre per la copertura completa del servizio bisognerà attendere appunto il 2027. Questa rete di satelliti permetterà di ottenere una copertura mondiale senza precedenti, fornendo connettività anche alle aree particolarmente isolate del pianeta.

Ogni satellite pesa circa 227 kg – non molto rispetto al peso dei classici satelliti usati per le telecomunicazioni – per massimizzare la produzione e inviarne il maggior numero in un singolo lancio. Per regolare la loro posizione sull’orbita, mantenere l’altitudine prevista e per effettuare le operazioni di de-orbiting, i satelliti Starlink dispongono di propulsori a effetto Hall alimentati al krypton, invece del classico xenon, in quanto il costo del krypton è circa il 90 per cento inferiore. Un sistema di navigazione con star-tracker garantisce un preciso puntamento. Le antenne sono piatte, senza parti mobili, e sfruttano la sincronizzazione di fase multipolare per direzionare il fronte d’onda verso l’obiettivo desiderato (phased array). La frequenza di downlink (ossia la frequenza alla quale avviene la trasmissione del segnale verso terra) va da 10.7 a 12.7 GHz, mentre le trasmissioni inter-satellite dovrebbero avvenire a frequenze più alte. Tutti i satelliti sono in grado di tracciare i detriti in orbita, evitando autonomamente la collisione. Inoltre, il 95 percento di tutti i componenti brucerà rapidamente nell’atmosfera terrestre alla fine delle operazioni.

Ma se da una parte questo sembra essere un beneficio per l’umanità, gli scienziati che studiano il cielo con i radiotelescopi hanno motivo di preoccuparsi, infatti, viste le bande operative di Starlink, gli astronomi sono preoccupati per l’eventuale interferire degli stessi nell’attività dei radiotelescopi ed altri strumenti scientifici che studiano il cielo.

«Sarà un macello», sorride Jader Monari, ingegnere dell’Inaf di Bologna, «specialmente nelle bande K (Ku e Ka) sarà quasi impossibile fare osservazioni. Anche tutti i radiometri da terra che misurano a 22 GHz le colonne di vapore acqueo per esperimenti Vlbi saranno accecati da questi minisatelliti».

Dello stesso parere è Tiziana Venturi, direttrice dell’Istituto di radioastronomia dell’Inaf di Bologna.  «Considerando che si sta andando verso una copertura completa dello spettro radio alle frequenze del GHz», spiega a Media Inaf, “questi satelliti potrebbero decisamente costituire un problema per la radioastronomia”.

«Starlink è indubbiamente un progetto molto affascinante dal punto di vista spaziale. Tuttavia, grossi benefici nella connettività globale indubbiamente portano a un inquinamento elettromagnetico che potrebbe rendere difficili sia le osservazioni radio e millimetriche sia quelle amatoriali di chi osserva e fotografa il cielo per diletto. Il rischio è di togliere a tutti la possibilità e la bellezza di poter osservare il cielo», conclude Fabrizio Villa, ricercatore dell’Inaf di Bologna.

Insomma, forse sarebbe il caso di chiedere a Elon Musk di costruire una rete di radiotelescopi sulla Luna per poter osservare quello che, da sotto la coperta dei suoi 12mila satelliti, non sarà più possibile osservare dalla Terra.

Fonte: INAF